Bari vecchia di Crescenza Caradonna


  

 

Bari Vecchia

Passeggio per le stradine della mia città, odore di ragù e di pulito, tra i vicoli donne sull’uscio intente ad impastare e a chiacchierare, parole incomprensibili, mi salutano allegramente. In lontananza odo i rintocchi del vecchio campanile, l’aria è profumata di mare mentre stridenti rondini si librano tra i ruderi di antiche case nobiliari svetta la Basilica di San Nicola. Mi incammino tra gli stretti vicoli di Bari vecchia, la vita scorre lenta lenta tra quei ciottoli pregni di storia. L’odore buono del mare solletica il mio olfatto già estasiato dai mille e più profumi dei vicoli in festa per San Nicola, sì il santo patrono della città : oggi è il giorno a lui dedicato. Una folla di gente accorre verso la muraglia, le vecchie mura della città, brulica con il naso all’insù dove spettacolari fuochi dai colori fantastici illuminano la notte stellata baciata da una argentea luna piena. Io mi perdo nella mia città ingoiata da volti sconosciuti intenti a festeggiare. Stordita dalla calca, ritrovo la via e m’incammino per non so dove ma felice di aver avuto la possibilità di ubriacarmi di vita della bella mia città!

Crescenza Caradonna

Copyright©2010 Inedita
Tutti i diritti riservati

Info ai sensi della Legge 22 aprile 1941 n. 633, Capo IV, Sezione II, e sue modificazioni
Ne è vietata qualsiasi riproduzione, totale o parziale, nonché qualsiasi utilizzazione
in qualunque forma, senza il consenso dell’Autore.
 

L’emozione vibra tra colori e pennelli.. …e …nasce una poesia!

Vietato copiare uno stralcio o una parte
senza autorizzazione dell’autrice

GRAZIE

 

 

 

Ricordi di un sopravvissuto – Racconto di Danilo Forte

Il racconto di un giovane scrittore ospite del mio blog.

Crescenza Caradonna

“Ricordi di un sopravvissuto”©

  (04/12/2011)
Di Danilo Forte©

E’ triste quando vengono alzate le armi fra fratelli,
amico contro amico, uomo contro uomo;
nefaste le morti, futili i motivi, inutile il sangue.

Mai, mai, come il 16 aprile la natura umana rivelò la sua crudeltà, in quella ricordata come la Battaglia di Primo Paradiso.
Io c’ero, ero lì sul campo dove o perso il migliore amico e dove è morto mio fratello… chi sono non ha importanza, l’importante è solo ricordare.

In un solo giorno persero la vita quasi mezzo miliardo di persone a me e a te simili, mie fratelli come tuoi.

La guerra è dentro l’uomo, nella sua natura e imprescindibile da esso, non lo dico io ma i filosofi da mille anni a questa parte; ci siamo abituati, abbiamo sempre combattuto, per la sussistenza, le credenze, l’autodeterminazione e la libertà. Niente scandisce meglio la storia umana della guerra, dalle tre Guerre Mondiali a quelle Marziane, prima che l’uomo lasciasse il Sistema Solare, alla Guerra del Primo contatto, quella del Confine d’Orione e quella dell’Unione:
Storie sangue, morte e speranza.
Ed è cosi che vedevamo la guerra della Secessione, solo un altro capitolo tra le infinite guerre combattute prima e quelle infinite che verranno, purtuttavia non ci saremmo mai aspettati tanta crudeltà.

Dopo la dichiarazione di Secessione del 9 febbraio, eravamo tutti, noi Marines di istanza sulla terza luna di Primo Paradiso, tesi e preoccupati. Il comando e l’intelligance si aspettavano a breve una mossa dei secessionisti contro i sistemi chiavi. Ovviamente non avevano i numeri per un attacco diretto a ciascuno dei tredici sistemi, avrebbero puntato su uno solo, e sapevamo che sarebbe toccato a noi visto ciò che rappresentava  Primo Paradiso, il primo pianeta colonizzato dagli uomini nonché secondo solo alla Terra per popolazione; tuttavia non temevamo una sconfitta data la guarnigione del pianeta che quei giorni contava la Humanity, una corazzata classe Overlord, pressoché indistruttibile o almeno così noi credevamo.

Ricordo che già il 14 Aprile la griglia esterna del sistema mostrava anomalie, il Sergente le definì semplici fluttuazioni solari…
Non lo erano; la notte del 15, alle 25:22 ora del sistema, i tre quarti della flotta coloniale saltò a quattro ore circa dal Pianeta. L’allerta scattò:
Eravamo pronti, sapevamo tutti cosa fare, scendere sul pianeta ed evacuare i civili nei rifugi dove sarebbero stati al sicuro da un eventuale bombardamento orbitale e difenderli se necessario fino alla morte.
Non ebbi il tempo di salutare né mio fratello sul pianeta né Sarah che si trovava su Marte dai suoi genitori, mi ritrovai a pensare che probabilmente non gli avrei mai più rivisti.
Io e Jym, il mio commilitone nonché migliore amico, prendemmo il primo trasporto diretto sulla superficie, al rifugio n°29 nei pressi della capitale Eden’s Garden.

Ricordo l’inizio della battaglia orbitale dall’oblò del trasporto, i lampi degli acceleratori, il balenare dei proiettili nel vuoto dello spazio e le accecanti esplosioni dei siluri a fusione… uno spettacolo di morte, ma magnifico.
Vedevo l’Humanity in prima linea fronteggiare orgogliosa il nemico, eppure era in difficoltà, cosa stava succedendo? Poi l’impossibile… un’enorme esplosione squarciò lo scafo della nave che poco dopo esplose insieme ai ventimila e più membri dell’equipaggio.
Persa l’ammiraglia la battaglia era segnata, mio nonno diceva sempre “taglia la testa al serpente ed anche il resto del corpo morirà!”; i difensori combatterono fino all’ultimo per dare tempo ai civili di evacuare le città; sono stati tutti degli eroi.

Quando atterrammo sul pianeta, l’evacuazione era a buon punto e mi diressi con il mio plotone al rifugio n°29, sarebbe stato un lungo giorno.
Erano circa le tre, ricordo, quando Jym mi chiese se credessi in Dio, come spesso faceva quando era teso, io ero sempre stato ateo mentre lui era un fermo credente, ma se gli avevo sempre risposto che erano solo stupide credenze vecchie di tremila anni, quel giorno, quel giorno non risposi, anche io avrei voluto aggrapparmi ad una speranza, come lui faceva… ma Dio non esiste, c’è troppo male in questa Galassia…

Alle cinque iniziarono i bombardamenti, vidi i palazzi di Eden’s Garden venir colpiti uno ad uno… controllai il mio fucile, pensai che la battaglia fosse imminente. Non sapevo che in quel momento a milioni morivano sotto i colpi delle navi che dall’orbita mietevano vittime come grano maturo al tempo del raccolto. Tanti rifugi crollarono sotto i colpi, ma il nostro non fu colpito neanche una sola volta , il 29 mi aveva portato fortuna.
I bombardamenti continuarono per quaranta ore, le esplosioni martellavano costantemente la mia tempra e i miei nervi, come quella di tutti; non volevano conquistare il pianeta ma solo raderlo al suolo. Poi ci fu solo silenzio, neanche gli animali, i pochi sopravvissuti, osavano far rumore:
cosa stava succedendo? Erano giunti i rinforzi? O si erano semplicemente stancati di colpirci?
Eravamo tagliati fuori dal mondo, il silenzio radio era d’obbligo per non rivelare la posizione del rifugio…
Non potevamo asserragliarci nell’inazione, il sergente chiese volontari per una ricognizione… Jym non esitò e si fece avanti, era inquieto, gli stimolanti gli facevano sempre questo effetto. Andai anche io, eravamo insieme dai tempi dell’accademia, non avrei potuto fare altro.

Una volta usciti lo affrontai, cosa gli era saltato per la testa? Erano tutti morti la fuori eppure era convinto del contrario, sosteneva di avere un presentimento… quella sua stupida religione, eppure una volta salvammo un nostro compagno allo stesso modo, però mi beccai un proiettile quella volta…

Tuttavia quel giorno non toccava a me, ma a lui; quando vidi la cannoniera coloniale [una specie di elicottero] era troppo tardi, gli urlai con tutto il fiato che avevo in corpo di mettersi al riparo ma fu inutile, Jym fu colpito dritto al cuore e morì ancor prima di accasciarsi al suolo, ho sempre voluto credere che “Dio” non abbia voluto farlo soffrire.
Corsi al suo corpo, che ancora non sapevo morto ma toccò a me, fui colpito al petto e caddi a terra… la corazza mi salvò la vita, fabbricata su Marte, roba di qualità.
Ricordo solo il freddo ed il dolore… pensai a mio padre, anche lui era stato un soldato morto sul campo, ma soprattutto pensai a Sarah…

Non ho mai capito cosa abbia visto in me, lei era una marziana, aveva studiato sulla Terra e viaggiava per tutta la Via Lattea nelle sue ricerche di xenobiologia; io al contrario non ero mai andato oltre l’ultima luna di Primo Paradiso, un patetico contadinotto di periferia. La prima volta ci incontrammo ad una conferenza sulla terraformazione a cui mi trovavo per caso, non avevo mai creduto all’amore a prima vista.

Perdevo molto sangue, Jym non si muoveva, ma non volevo morire: fermai l’emorragia con  la soluzione proteica e mi iniettai gli antidolorifici… mi trascinai al suo corpo e provai a sentire il suo cuore che però non batteva, probabilmente non gli rimaneva più un cuore… era morto. Pensai di seppellirlo, per la sua religione era importante, ma ero messo molto male e dovevo fare rapporto al Sergente prima che mandassi fuori altri ragazzi a morire. Tornai al rifugio mosso dalla sola forza della mia volontà più che da altro. Avvisai il Sergente, non ricordo altro.

Quattro giorni dopo mi risveglia a bordo della Ippocrates, la prima nave medica delle federazione, avevano scomodato la 1° flotta del sistema solare, si era deciso di fare sul serio anche se troppo tardi.
L’infermiera, Olivia, mi raccontò cosa fosse successo mentre ero privo di sensi, non c’era più un pianeta ma solo un ammasso di macerie e di corpi.
Quei bastardi non ebbero nemmeno il coraggio di combattere, all’arrivo della flotta Confederata si erano ritirati di gran lena.
Infine mi chiese se conoscessi una certa Sarah Liberogue che aveva fatto di tutto per avere mie notizie, solo allora realizzai che avrei potuto perderla per sempre, che sarei potuto morire…

Fui congedato con onore e medaglia al merito, una magra consolazione…
La battaglia più dura della mia vita nella quale avevo perso più di tutte le altre e non avevo sparato neanche un colpo; la vita è a volte così beffarda.

In nove mesi la Guerra finì, vincemmo “noi”, ma a quale prezzo?
Cinque miliardi di morti e la maggior parte dei sistemi esterni devastati dalla guerra…uomo contro uomo…
L’umanità dopo fu più unita che mai, nel ricostruire e nel leccarsi le ferite…
Ma le mie non si sono mai rimarginate, neanche dopo tutti questi anni.
Adesso sono tranquillo con Sarah e James, il nostro primo genito, eppure ho perduto per sempre una parte di me, uccisa dalla Guerra.
L’unica cosa che posso fare, è sperare che le prossime generazioni imparino dagli errori della nostra e che non si dimentichi cosa è successo.

La speranza… spesso vana.

Ricordi di un sopravvissuto, 2827 A.D.

©

VIETATO COPIARE L’INTERO O STRALCI DEL RACCONTO 

PER NON INCORRERE NELLE SANZIONI VIGENTI   ©   

BUONA LETTURA

GRAZIE 


Ricordi di un sopravvissuto – Racconto di Danilo Forte

“Ricordi di un sopravvissuto”©

  (04/12/2011)
Di Danilo Forte©

E’ triste quando vengono alzate le armi fra fratelli,
amico contro amico, uomo contro uomo;
nefaste le morti, futili i motivi, inutile il sangue.

Mai, mai, come il 16 aprile la natura umana rivelò la sua crudeltà, in quella ricordata come la Battaglia di Primo Paradiso.
Io c’ero, ero lì sul campo dove o perso il migliore amico e dove è morto mio fratello… chi sono non ha importanza, l’importante è solo ricordare.

In un solo giorno persero la vita quasi mezzo miliardo di persone a me e a te simili, mie fratelli come tuoi.

La guerra è dentro l’uomo, nella sua natura e imprescindibile da esso, non lo dico io ma i filosofi da mille anni a questa parte; ci siamo abituati, abbiamo sempre combattuto, per la sussistenza, le credenze, l’autodeterminazione e la libertà. Niente scandisce meglio la storia umana della guerra, dalle tre Guerre Mondiali a quelle Marziane, prima che l’uomo lasciasse il Sistema Solare, alla Guerra del Primo contatto, quella del Confine d’Orione e quella dell’Unione:
Storie sangue, morte e speranza.
Ed è cosi che vedevamo la guerra della Secessione, solo un altro capitolo tra le infinite guerre combattute prima e quelle infinite che verranno, purtuttavia non ci saremmo mai aspettati tanta crudeltà.

Dopo la dichiarazione di Secessione del 9 febbraio, eravamo tutti, noi Marines di istanza sulla terza luna di Primo Paradiso, tesi e preoccupati. Il comando e l’intelligance si aspettavano a breve una mossa dei secessionisti contro i sistemi chiavi. Ovviamente non avevano i numeri per un attacco diretto a ciascuno dei tredici sistemi, avrebbero puntato su uno solo, e sapevamo che sarebbe toccato a noi visto ciò che rappresentava  Primo Paradiso, il primo pianeta colonizzato dagli uomini nonché secondo solo alla Terra per popolazione; tuttavia non temevamo una sconfitta data la guarnigione del pianeta che quei giorni contava la Humanity, una corazzata classe Overlord, pressoché indistruttibile o almeno così noi credevamo.

Ricordo che già il 14 Aprile la griglia esterna del sistema mostrava anomalie, il Sergente le definì semplici fluttuazioni solari…
Non lo erano; la notte del 15, alle 25:22 ora del sistema, i tre quarti della flotta coloniale saltò a quattro ore circa dal Pianeta. L’allerta scattò:
Eravamo pronti, sapevamo tutti cosa fare, scendere sul pianeta ed evacuare i civili nei rifugi dove sarebbero stati al sicuro da un eventuale bombardamento orbitale e difenderli se necessario fino alla morte.
Non ebbi il tempo di salutare né mio fratello sul pianeta né Sarah che si trovava su Marte dai suoi genitori, mi ritrovai a pensare che probabilmente non gli avrei mai più rivisti.
Io e Jym, il mio commilitone nonché migliore amico, prendemmo il primo trasporto diretto sulla superficie, al rifugio n°29 nei pressi della capitale Eden’s Garden.

Ricordo l’inizio della battaglia orbitale dall’oblò del trasporto, i lampi degli acceleratori, il balenare dei proiettili nel vuoto dello spazio e le accecanti esplosioni dei siluri a fusione… uno spettacolo di morte, ma magnifico.
Vedevo l’Humanity in prima linea fronteggiare orgogliosa il nemico, eppure era in difficoltà, cosa stava succedendo? Poi l’impossibile… un’enorme esplosione squarciò lo scafo della nave che poco dopo esplose insieme ai ventimila e più membri dell’equipaggio.
Persa l’ammiraglia la battaglia era segnata, mio nonno diceva sempre “taglia la testa al serpente ed anche il resto del corpo morirà!”; i difensori combatterono fino all’ultimo per dare tempo ai civili di evacuare le città; sono stati tutti degli eroi.

Quando atterrammo sul pianeta, l’evacuazione era a buon punto e mi diressi con il mio plotone al rifugio n°29, sarebbe stato un lungo giorno.
Erano circa le tre, ricordo, quando Jym mi chiese se credessi in Dio, come spesso faceva quando era teso, io ero sempre stato ateo mentre lui era un fermo credente, ma se gli avevo sempre risposto che erano solo stupide credenze vecchie di tremila anni, quel giorno, quel giorno non risposi, anche io avrei voluto aggrapparmi ad una speranza, come lui faceva… ma Dio non esiste, c’è troppo male in questa Galassia…

Alle cinque iniziarono i bombardamenti, vidi i palazzi di Eden’s Garden venir colpiti uno ad uno… controllai il mio fucile, pensai che la battaglia fosse imminente. Non sapevo che in quel momento a milioni morivano sotto i colpi delle navi che dall’orbita mietevano vittime come grano maturo al tempo del raccolto. Tanti rifugi crollarono sotto i colpi, ma il nostro non fu colpito neanche una sola volta , il 29 mi aveva portato fortuna.
I bombardamenti continuarono per quaranta ore, le esplosioni martellavano costantemente la mia tempra e i miei nervi, come quella di tutti; non volevano conquistare il pianeta ma solo raderlo al suolo. Poi ci fu solo silenzio, neanche gli animali, i pochi sopravvissuti, osavano far rumore:
cosa stava succedendo? Erano giunti i rinforzi? O si erano semplicemente stancati di colpirci?
Eravamo tagliati fuori dal mondo, il silenzio radio era d’obbligo per non rivelare la posizione del rifugio…
Non potevamo asserragliarci nell’inazione, il sergente chiese volontari per una ricognizione… Jym non esitò e si fece avanti, era inquieto, gli stimolanti gli facevano sempre questo effetto. Andai anche io, eravamo insieme dai tempi dell’accademia, non avrei potuto fare altro.

Una volta usciti lo affrontai, cosa gli era saltato per la testa? Erano tutti morti la fuori eppure era convinto del contrario, sosteneva di avere un presentimento… quella sua stupida religione, eppure una volta salvammo un nostro compagno allo stesso modo, però mi beccai un proiettile quella volta…

Tuttavia quel giorno non toccava a me, ma a lui; quando vidi la cannoniera coloniale [una specie di elicottero] era troppo tardi, gli urlai con tutto il fiato che avevo in corpo di mettersi al riparo ma fu inutile, Jym fu colpito dritto al cuore e morì ancor prima di accasciarsi al suolo, ho sempre voluto credere che “Dio” non abbia voluto farlo soffrire.
Corsi al suo corpo, che ancora non sapevo morto ma toccò a me, fui colpito al petto e caddi a terra… la corazza mi salvò la vita, fabbricata su Marte, roba di qualità.
Ricordo solo il freddo ed il dolore… pensai a mio padre, anche lui era stato un soldato morto sul campo, ma soprattutto pensai a Sarah…

Non ho mai capito cosa abbia visto in me, lei era una marziana, aveva studiato sulla Terra e viaggiava per tutta la Via Lattea nelle sue ricerche di xenobiologia; io al contrario non ero mai andato oltre l’ultima luna di Primo Paradiso, un patetico contadinotto di periferia. La prima volta ci incontrammo ad una conferenza sulla terraformazione a cui mi trovavo per caso, non avevo mai creduto all’amore a prima vista.

Perdevo molto sangue, Jym non si muoveva, ma non volevo morire: fermai l’emorragia con  la soluzione proteica e mi iniettai gli antidolorifici… mi trascinai al suo corpo e provai a sentire il suo cuore che però non batteva, probabilmente non gli rimaneva più un cuore… era morto. Pensai di seppellirlo, per la sua religione era importante, ma ero messo molto male e dovevo fare rapporto al Sergente prima che mandassi fuori altri ragazzi a morire. Tornai al rifugio mosso dalla sola forza della mia volontà più che da altro. Avvisai il Sergente, non ricordo altro.

Quattro giorni dopo mi risveglia a bordo della Ippocrates, la prima nave medica delle federazione, avevano scomodato la 1° flotta del sistema solare, si era deciso di fare sul serio anche se troppo tardi.
L’infermiera, Olivia, mi raccontò cosa fosse successo mentre ero privo di sensi, non c’era più un pianeta ma solo un ammasso di macerie e di corpi.
Quei bastardi non ebbero nemmeno il coraggio di combattere, all’arrivo della flotta Confederata si erano ritirati di gran lena.
Infine mi chiese se conoscessi una certa Sarah Liberogue che aveva fatto di tutto per avere mie notizie, solo allora realizzai che avrei potuto perderla per sempre, che sarei potuto morire…

Fui congedato con onore e medaglia al merito, una magra consolazione…
La battaglia più dura della mia vita nella quale avevo perso più di tutte le altre e non avevo sparato neanche un colpo; la vita è a volte così beffarda.

In nove mesi la Guerra finì, vincemmo “noi”, ma a quale prezzo?
Cinque miliardi di morti e la maggior parte dei sistemi esterni devastati dalla guerra…uomo contro uomo…
L’umanità dopo fu più unita che mai, nel ricostruire e nel leccarsi le ferite…
Ma le mie non si sono mai rimarginate, neanche dopo tutti questi anni.
Adesso sono tranquillo con Sarah e James, il nostro primo genito, eppure ho perduto per sempre una parte di me, uccisa dalla Guerra.
L’unica cosa che posso fare, è sperare che le prossime generazioni imparino dagli errori della nostra e che non si dimentichi cosa è successo.

La speranza… spesso vana.

Ricordi di un sopravvissuto, 2827 A.D.

©

VIETATO COPIARE L’INTERO O STRALCI DEL RACCONTO 

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BUONA LETTURA

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Crescenza Caradonna

Vi racconto un libro ” Mai nate ” di Anna Meldolesi

Cresy@
Cresy@

©foto di Crescenza Caradonna

Vi racconto un libro


” Mai nate “

di Anna Meldolesi

Leggere il libro “ Mai nate ” di Anna Meldolesi edito dalla Mondadori, mi ha catapultata in un universo che credevo non potesse esistere: parla  dell’aborto selettivo che praticano in India  sulle donne che scoprono di aspettare una bambina, sconvolgente fenomeno in uso non solo in questo paese, tanto bello, generoso e ricco di tradizioni, ma anche in Cina e penso diffuso anche in Italia
tra gli immigrati.
La donna del libro, decide volontariamente di interrompere la gravidanza, ma chiedo e vi chiedo, è proprio così?
Queste donne sono davvero libere, come vogliono farci credere, che la scelta dell’aborto sia una decisione personale  e consapevole e non il frutto di interazioni socio-culturali imposte dalla società in cui vivono?
Da donna penso che la libertà ma in particolar modo, la consapevolezza del significato che noi donne-occidentali diamo al termine specifico, non rientri nel loro modo di vivere la vita, accettano per non sopperire, accettano per non morire, accettano per  convenzione, accettano e questo mi basta per capire.
Fino a quando l’ignoranza regnerà sovrana, fino a quando anche noi, emancipati-occidentali, non la smetteremo di attaccarci a stereotipi tipo:
«Auguri cara …ma speriamo che sia un maschio», il mondo andrà solo verso un’unica direzione quella narrata nel  libro in questione, perché qualcosa cambi, cambiamo prima noi stessi e citando un passo del Vangelo che dice testualmente:
«è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio», che interpreto a modo mio e cioè:«è più facile adeguarsi ed adagiarsi nelle situazioni più semplici del momento che combattere per un cambiamento ricco di ostacoli e scoscesi cammini».

Di Crescenza Caradonna©


Dal vangelo secondo Marco
 (Mc 10,17-30). 

In quel tempo, mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre”».
Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni.

VIETATO COPIARE O SCARICARE L’ARTICOLO O PARTE DI ESSO 

GRAZIE

« Le bambine di oggi sono le donne del futuro. Le sole capaci di soffrire e di gioire in un modo così puro e nobile e le sole in grado di cambiare il volto del mondo manifestando, laddove unite e alleate, una non violenza così eroica da sconfiggere la bomba atomica come se fosse un semplice pallone »

Mahatma Gandhi

  • Articoli di Crescenza Caradonna

https://cresycaradonna.wordpress.com/2010/09/16/mai-nato/

La girandola dei colori

                                                                                 
 
 


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  I     C O L O R I

Colori colori ma quanti colori!
Immaginare un mondo in bianco e nero mi renderebbe spudoratamente infelice:
i colori animano qualsiasi cosa, rallegrano ti fanno sorridere.
” Ma una vita senza colori cosa sarebbe “?
Sarebbe un bimbo senza la sua mamma, un uomo senza la sua donna, il cielo senza terra, il mare senza pesci.
Colori, colori, colori ..è il tutto è il niente!
Provate a soffiare su di una girandola dai mille colori …tutto diventa candido, bianco s’annullano i colori, si fondono rendendo tutto magico ed evanescente.
Stasera guardo estasiata il tramonto dalla mia finestra, mi perdo negli aranci,
amaranti e rossi che si presentano prepotenti ai miei meravigliati occhi : che spettacolo meraviglioso!
Come vorrei fermarlo nei miei ricordi, sì fermarlo prima che i miei occhi
si spengano per sempre nel buio del profondo nero.


Fagocito i colori dell’anima
nell’anima mia,
candida come girandola al vento.


5 marzo 2012 @ 
Cresy Crescenza 

 (Fatti e situazioni puramente immaginari)

Italiano: I colori della natura
Italiano: I colori della natura (Photo credit: Wikipedia)

Mai nato

 MammaPoesia

Mai nato

Un bimbo
mai nato
piange

piange

perché
mai avrà futuro
piange
perché

la sua anima non
è mai sbocciata.©

Cresy Crescenza
16 settembre 2010 @

LETTERA A UN BAMBINO MAI NATO

(ORIANA FALLACI)

La mia mamma, vedi, non mi voleva.

Ero incominciata per sbaglio, in un attimo di altrui distrazione. E perchè non nascessi ogni sera scioglieva nell’acqua una medicina. Poi la beveva, piangendo.

La bevve fino alla sera in cui mi mossi, dentro il suo ventre, e le tirai un calcio per dirle di non buttarmi via. Lei stava portando il bicchiere alle labbra. Subito lo allontanò e ne rovesciò il contenuto per terra.

Qualche mese dopo mi rotolavo vittoriosa nel sole, e se ciò sia stato bene o male non so.

Quando sono felice penso sia stato bene, quando sono infelice penso sia stato male.

Però, anche quando sono infelice, penso che mi dispiacerebbe non essere nata perchè nulla è peggiore del nulla.

Io, te lo ripeto, non temo il dolore.

Esso nasce con noi, cresce con noi, ad esso ci si abitua come al fatto d’avere due braccia e due gambe.

Io, in fondo, non temo neanche di morire: perchè se uno muore vuol dire che è nato, che è uscito dal niente.

Io temo il niente, il non esserci, il dover dire di non esserci stato, sia pure per caso, sia pure per sbaglio, sia pure per l’altrui distrazione.

Molte donne si chiedono: mettere al mondo un figlio, perchè?

Perchè abbia fame, perchè abbia freddo, perchè venga tradito ed offeso, perchè muoia ammazzato alla guerra o da una malattia?

E negano la speranza che la sua fame sia saziata, che il suo freddo sia scaldato, che la fedeltà e il rispetto gli siano amici, che viva a lungo per tentar di cancellare le malattie e la guerra.

Forse hanno ragione.

Ma il niente è da preferirsi al soffrire?

Io perfino nelle pause in cui piango sui miei fallimenti, le mie delusioni, i miei strazi, concludo che soffrire sia da preferirsi al niente.

poesia

 

Bari vecchia

 

Bari Vecchia

Passeggio per le stradine della mia città, odore di ragù e di pulito, tra i vicoli donne sull’uscio intente ad impastare e a chiacchierare, parole incomprensibili, mi salutano allegramente. In lontananza odo i rintocchi del vecchio campanile, l’aria è profumata di mare mentre stridenti rondini si librano tra i ruderi di antiche case nobiliari svetta la Basilica di San Nicola. Mi incammino tra gli stretti vicoli di Bari vecchia, la vita scorre lenta lenta tra quei ciottoli pregni di storia. L’odore buono del mare solletica il mio olfatto già estasiato dai mille e più profumi dei vicoli in festa per San Nicola, sì il santo patrono della città : oggi è il giorno a lui dedicato. Una folla di gente accorre verso la muraglia, le vecchie mura della città, brulica con il naso all’insù dove spettacolari fuochi dai colori fantastici illuminano la notte stellata baciata da una argentea luna piena. Io mi perdo nella mia città ingoiata da volti sconosciuti intenti a festeggiare. Stordita dalla calca, ritrovo la via e m’incammino per non so dove ma felice di aver avuto la possibilità di ubriacarmi di vita della bella mia città!

 Crescenza Caradonna

Copyright©2010 Inedita
Tutti i diritti riservati

Info ai sensi della Legge 22 aprile 1941 n. 633, Capo IV, Sezione II, e sue modificazioni
Ne è vietata qualsiasi riproduzione, totale o parziale, nonché qualsiasi utilizzazione
in qualunque forma, senza il consenso dell’Autore.
CresyCrescenza Caradonna

L’emozione vibra tra colori e pennelli.. …e …nasce una poesia!

Vietato copiare uno stralcio o una parte
senza autorizzazione dell’autrice

GRAZIE