GABRIELE D'ANNUNZIO UN GRANDE CULTORE DELLA PAROLA

GABRIELE D’ANNUNZIO
UN GRANDE CULTORE DELLA PAROLA

di Eduardo Terrana

Gabriele D’Annunzio nasce a Pescara il 12 marzo 1863. All’età di 11 anni viene iscritto dal padre, che ne aveva intuito doti e capacità, al Collegio Cicognini di Prato dove resta sino al completamento degli studi liceali, sono gli anni che vanno dal 1874 al 1881. Nel 1879 pubblica la raccolta di versi “Primo Vere”. Nel 1881, dopo il conseguimento della maturità classica, si trasferisce a Roma e pubblica “ Le novelle della Pescara”. Frequenta i salotti romani tutto proteso alla conquista della notorietà e della gloria. Si interessa di politica e viene eletto al Parlamento. Scrive molto in prosa ed in poesia, pubblicando nel 1892 la raccolta poetica “Canto Novo” e nel 1883 la raccolta poetica “Intermezzo”. Nel 1989 pubblica “Il Piacere”, considerato la testimonianza più significativa dell’estetismo italiano.
Vive una scandalosa relazione con la duchessa Maria Hardouin, che sposa e dalla quale ha tre figli. Nel 1886 ha una relazione amorosa con Barbara Leoni. Dal 1891 al 1894 vive a Napoli, dove conosce e s’invaghisce di Maria Anguissola, principessa Gravina, dalla quale ha due figli.
Collabora al “Corriere di Napoli”, diretto da Edoardo Scarfoglio e Matilde Serao.
Pubblica nel periodo: il romanzo “ L’Innocente”, 1892; la raccolta di liriche “Elegie Romane”, 1892; le liriche del “Poema Paradisiaco”, 1893; il romanzo “Il Trionfo della Morte”, 1894.
Dal 1898 al 1910 si stabilisce a Settignano, in Toscana, nella villa della Capponcina per stare vicino all’attrice Eleonora Duse. Nel periodo vedono la luce l’opera teatrale “La Gioconda”, il romanzo “Il Fuoco”, e varie opere teatrali: “La Figlia di Jorio”, “La Fiaccola sotto il Moggio”, “La Nave”.
Dal 1910 al 1915 vive a Parigi, Nella capitale francese scrive “Canzoni delle Gesta d’Oltremare”, inneggianti alle mire espansionistiche dell’Italia in Libia, e, in francese, “Le Martyre de Saint Sebastien” e “La Pisanelle”.
Nel 1915 rientra in Italia. Pronuncia da interventista il discorso a Quarto per la Sagra dei Mille. Partecipa alla Grande Guerra, dove perde un occhio, e, costretto all’immobilità, scrive la raccolta di prose “Notturno”.
Occupa militarmente la città di Fiume, che lascerà nel 1920, con l’avvento del fascismo.
Dal 1921 al 1938 si stabilisce a Gardone Riviera sul lago di Garda, dove trascorre, in uno splendido isolamento, gli ultimi anni e dove muore il 1° marzo del 1938.
Risale a questo periodo il suo ultimo lavoro “ Il libro segreto”.
D’Annunzio fu definito l’ultimo e più superbo frutto del decadentismo europeo, e non solo per la sua concezione della poesia, che si esprime e si condensa nella sua famosa espressione: “il verso è tutto!”, ma anche per la presenza del mito del superuomo e dell’estetismo, su cui si imperniò gran parte della sua opera, oltre che per il suo stile di vita, incurante dell’osservanza delle leggi morali.
In D’Annunzio il decadentismo assume i contorni: dell’edonismo, come ricerca ed esaltazione del piacere; dell’erotismo e della sensualità, esteso anche allo stesso poetare, che, in quanto ricerca della parola preziosa e del verso musicale, dà un piacere fisico, sensuale; del panismo, come capacità di ricevere in sé la vita della natura; dell’estetismo, come visione della vita dominata dalla bellezza e dall’eleganza, da esprimere in una visione artistica e creativa contrassegnata dall’originalità; del superomismo, caratterizzato da un individualismo orgoglioso ed amorale, dalla esaltazione dell’io, dalla brama di dominio, dal culto dell’energia e della forza, dal disprezzo del pericolo, dall’amore per la violenza, dal culto della bellezza il cui godimento è privilegio di pochi eletti, dall’esaltazione dei caratteri aristocratici della stirpe latina e dal disprezzo della plebaglia.
D’Annunzio è stato un grande cultore della Parola, che esalta in più momenti ed in varie occasioni: “Divina è la parola”; “Tutta la bellezza recondita del mondo converge nell’arte della parola .”
La parola dell’artista è divina perché è originale e crea originalmente qualsiasi cosa.
Così l’arte diventa un mondo mistico del quale l’artista è il sacerdote. Con essa il poeta crea quell’atmosfera magica ed incantata dei suoi versi migliori, con effetti di ineguagliabile musicalità.
La “ Poetica” dannunziana si fonda sul dominio della parola, alla quale il poeta affida l’espressione delle sensazioni più sottili, in una visione dell’arte concepita come unico scopo della vita dell’artista (estetismo).
In D’Annunzio la vita è costruita sull’arte, l’arte è determinata dalle scelte della vita e dalla ricerca ed esaltazione del piacere ( edonismo ).
Tutta la produzione in versi di D’Annunzio è caratterizzata dalla presenza enfatica e retorica di atteggiamenti poetici contrastanti ed elementi diversi, ma innovativi della sua arte e della sua vita, che, ad eccezione del gusto sensuale della parola e della musicalità del verso, lo differenziano dai decadenti e che vanno dal suo attivismo politico alla vitalità, al contatto continuo con le masse, che ne contraddistinguono la personalità, nella quale, spesso, poesia ed azione si fondono in una modernità incentrata sull’importanza dell’immagine, coltivata non solo sul piano delle grandi imprese, bastino per tutte il volo su Vienna e la celebre impresa di Fiume, ma anche dell’esaltazione dell’eroismo, dell’incitamento, del presagio dei destini della nazione, oltre che sul piano di una brama di consumazione di tutte le esperienze umane possibili.
Le tappe evolutive della poesia dannunziana registrano: una impronta classica carducciana in “Primo vere e Canto”, che già anticipano quel panismo che caratterizzerà la produzione poetica del D’Annunzio maturo; una prorompente sensualità di tipo baudelairiano in “Intermezzo”; uno sperimentalismo stilistico di tipo parnassiano in “Isotteo” e in “Chimera”; il classicismo barocco delle “Elegie Romane”; la poesia intima e dimessa del “Poema Paradisiaco”, dal tono quasi crepuscolare; la retorica irredentista e nazionalista delle “Odi Navali”; le visioni allegorico-mitologiche di “Maia”;la poesia celebrativa di “Elettra”; la poesia panica di “Alcyone”.
D’Annunzio ha lasciato una immensa produzione letteraria, ricca di capolavori grandiosi, la cui trattazione meriterebbe un ampio commento critico, che non è qui possibile fare per obiettive esigenze di spazio.
Soffermerò, pertanto, la mia analisi all’opera “Alcyone”, dove D’Annunzio riesce ad esprimere, secondo il vaglio della critica, il meglio di sé e della sua poesia.
“Alcyone”, considerato il capolavoro poetico di D’Annunzio, è un poema della natura, con la sua luce immensa e le sue ombre, con i suoi silenzi e le sue note disperse, dove il poeta canta l’ebbrezza di sentirsi parte della natura e dove il racconto lirico di un’estate in Versilia si fa occasione per l’immersione panica,
Nell’opera ci sono molte liriche dove D’Annunzio descrive le immagini più efficaci del passaggio dalla condizione umana a quella di natura e viceversa, cioè le Metamorfosi, sia dell’uomo che delle realtà naturali. Ne è testimonianza, in particolare, la lirica “La Pioggia nel Pineto”, dove la connotazione superomistica e retorica cede alla gioia del contatto con la natura, alla disposizione a coglierne le voci più segrete, alla suggestione delle immagini affidate ad un gioco di rime, assonanze e consonanze, che rendono la musicalità del verso.
“La Pioggia nel Pineto”, esemplare nella poesia dannunziana, è tra le più soavi e delicate poesie di D’Annunzio.
Il poeta non si propone altro fine che quello di dire per dire, cantare per cantare, curando di rendere al massimo l’immaterialità dell’espressione, per cui la materia si fa profumo, il colore si fa luce, il suono si fa aria, e la parola diviene limpida come le acque di certe fonti rupestri.
Il poeta parla con una donna misteriosa, Ermione, da amante nell’amata, in cui e con cui confondersi; con lei aspira uscire dal mondo umano per evadere in un mondo di natura a comunicare con la vita arborea e farsi anima vegetale; con lei perdersi nella sostanza dell’universo. “ E tutta la vita è in noi” , scrive il poeta, in un verso che: “se non è una trasfigurazione o metamorfosi vera e propria, se ne sente la gioia fisica, tutta brivido di sensi.” (F. Palmieri).
Da questa aspirazione nasce la musica del canto! E non vi è più la parola, ma la frase, non più il verso ma la strofa ed ogni strofa è congiunta all’altra per aerei legami.
E’ impossibile isolare dal contesto, ma la lirica va presa tutta così come è: un intrigo di melodie che canta, con raffinato virtuosismo, la spiritualità del senso e produce dolcezza e letizia.
In questa lirica D’Annunzio, ebbro di sentirsi parte della natura, realizza il suo panismo, di cui tutto “Alcyone” è largamente pervaso, e coinvolge in questa immedesimazione il rapporto con la sua donna, Ermione, che diventa simbolo della universale compenetrazione.
Nell’incontro con la natura il poeta riscopre la fisicità dell’esistere, una universale energia di vita.
Di questa natura la pioggia non è che uno dei simboli estremi, come lo sono il sole che brucia, il mare in cui ci si immerge, il cielo, ed è portatrice di una sorta di lavacro purificatore.
Il motivo della pioggia è quello della metamorfosi che trasforma il poeta ed Ermione in creature silvane e richiama: quello del silenzio che esalta il suono della pioggia e crea l’atmosfera fantastica in cui avviene il prodigio della trasformazione; quello della favola bella, “ la favola della vita , dell’amore, la sua dolce e cangiante illusione”, osserva Pazzaglia; quello di Ermione, creatura immateriale, la cui presenza costante, rileva Flora, serve a dare unità alla lirica, in cui l’elemento musicale predomina su tutti gli altri, e le parole, tendono a suggerire la dolcezza di immaginare una pioggia che bagna il viso, le mani, le vesti, nel fresco di una pineta, al tempo dell’estate.
La Critica ufficiale esprime, quasi all’unanimità, giudizi negativi sull’amoralità, sul culto del superuomo e sulla sensualità della poesia dannunziana, della quale, però, apprezza la capacità poetica e la musicalità.
Sul mito D’Annunzio si può in estrema sintesi dire che “ Il Vate d’Italia” seppe incarnare i desideri di evasione dalla monotonia quotidiana dei ceti borghesi ed intellettuali, del suo tempo; ebbe il merito di rendere meno provinciale la cultura italiana, contribuendo notevolmente alla diffusione ed alla conoscenza del decadentismo in Italia; seppe cogliere ed esprimere, sul piano meramente poetico, la comunione dei sensi e dell’anima con la molteplicità della vita naturale, creando quella dimensione panica, di immedesimazione fisica e sensuale, che seppe rendere viva e palpitante, con un linguaggio insolito ma raffinato, fondato sul culto della parola e impreziosita di voci arcaiche e neologismi capaci di stupire e meravigliare.

Eduardo Terrana
Saggista e Conferenziere internazionale su diritti umani e pace
Tutti i diritti riservati all’autore

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